L’attuale assetto normativo e operativo dell’INPS evidenzia che il sistema di controlli incrociati è dotato di una portata temporale ampia.
L’Indicatore della Situazione Economica Equivalente (ISEE) 2026 continua a rappresentare un elemento chiave per accedere a molteplici agevolazioni sociali, dall’assegno unico per i figli alle riduzioni sulle tasse universitarie.
Tuttavia, con l’introduzione di controlli incrociati sempre più sofisticati da parte dell’INPS, dichiarare il falso sull’ISEE può comportare conseguenze gravi sia sul piano amministrativo che penale.
I nuovi controlli INPS sull’ISEE: come funzionano
L’INPS ha potenziato i meccanismi di verifica incrociata delle informazioni contenute nella Dichiarazione Sostitutiva Unica (DSU), fondamentale per la determinazione dell’ISEE. La DSU, compilata tramite autodichiarazioni senza obbligo di allegare documenti giustificativi, è ora soggetta a due livelli di controllo.
Il primo è un controllo formale automatizzato, che confronta i dati dichiarati con quelli presenti nelle banche dati dell’Anagrafe Tributaria e altre fonti ufficiali. Questo processo permette di intercettare rapidamente incongruenze o omissioni.

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Il secondo è un controllo sostanziale svolto in modo selettivo dalla Guardia di Finanza, che indaga sul reale tenore di vita del nucleo familiare, andando oltre i dati dichiarati per accertare eventuali discrepanze sostanziali. Questi controlli approfonditi possono includere accertamenti patrimoniali, analisi delle spese e verifiche sui redditi non dichiarati.
Rischi e sanzioni per dichiarazioni mendaci
Chi viene scoperto a fornire dati falsi o a omettere informazioni rilevanti rischia non solo la perdita immediata del beneficio ottenuto, ma anche l’obbligo di restituire tutte le somme percepite indebitamente negli ultimi cinque anni dalla data di scoperta della falsa dichiarazione.
Questo recupero può arrivare a importi molto elevati, specialmente in caso di prestazioni continuative come assegni mensili o agevolazioni fiscali applicate per più anni consecutivi.
Sul piano penale, la situazione si fa ancora più seria. Nel caso in cui venga dimostrata la volontarietà e consapevolezza nella dichiarazione mendace, si configura il reato di truffa ai danni dell’INPS. La legge punisce severamente il comportamento di chi fornisce false attestazioni a un pubblico ufficiale, con pene che possono variare dalla reclusione da sei mesi fino a tre anni, accompagnate da sanzioni pecuniarie comprese tra 51 e 1.032 euro.
Queste misure sono state rafforzate per tutelare l’integrità delle prestazioni sociali e garantire una corretta allocazione delle risorse pubbliche, scoraggiando tentativi di frode.
Tempi di verifica e prescrizione delle sanzioni
Un aspetto fondamentale riguarda i termini temporali entro cui l’INPS può effettuare i controlli e agire. Per quanto riguarda il recupero delle somme indebitamente percepite, l’amministrazione può operare entro un periodo di cinque anni dalla presentazione della DSU. Ciò significa che, ad esempio, una dichiarazione presentata nel 2026 può essere sottoposta a verifica e richiesta di restituzione fino al 2031.
Per l’azione penale, invece, il termine si estende fino a sette anni dalla data della falsa dichiarazione. Di conseguenza, anche a distanza di sei o sette anni dalla compilazione della DSU, un contribuente può essere indagato e processato per truffa.
Questa differenziazione temporale sottolinea come non sia mai prudente sottovalutare i controlli o pensare di eludere il sistema. La possibilità di sanzioni penali e richieste di restituzione, anche a distanza di molti anni, rende particolarmente rischioso qualsiasi tentativo di manipolazione delle informazioni economiche comunicate attraverso l’ISEE.








